Dieta anticancro: la parola all’esperta.

Dieta anticancro

      Dieta anticancro

Oggi ho il piacere e l’onore di avere con me la dottoressa Maria Rosa Di Fazio.

La dottoressa Maria Rosa Di Fazio è responsabile Oncologia del Centro medico internazionale SH Health Service di San Marino, dove applica e porta avanti il metodo chemioterapico “soft” del professor Philippe Lagarde, luminare francese di fama mondiale. Si è laureata in Medicina e Chirurgia, abilitata all’esercizio della professione medica e specializzata in Oncologia medica con pieni voti e lode; è inoltre diplomata in Ozonoterapia a Padova. Ha lavorato per oltre vent’anni a Milano in diverse strutture ospedaliere e come medico strutturato nei reparti di Oncologia medica. Oggi vive e lavora tra San Marino e il capoluogo lombardo. La sua filosofia: “Il paziente È un essere umano e NON un numero”.

Autrice del nuovo testo:Mangiare bene per sconfiggere il male. La battaglia contro i tumori inizia a tavola. Rivoluzioniamo le nostre – troppe! – cattive abitudini”.

Da anni impegnata nella lotta ai tumori come si evince dalla sua biografia.

Ho voluto intervistare proprio chi nella vita cura, per professione medica, le persone dal cancro e dal tumore.

Iniziamo subito!

Dieta Anticancro: l’intervista all’esperta.

Buongiorno Dottoressa Di Fazio. Si presenti ai nostri lettori e ci racconti come è nata l’idea del suo nuovo libro: Mangiare bene per sconfiggere il male. Di quale male stiamo parlando?

Parliamo purtroppo di quel male che facciamo spesso fatica anche soltanto a nominare, il cancro, patologia della quale mi occupo quotidianamente da 23 anni; prima come medico in diverse strutture milanesi, e da un anno come Responsabile dell’Oncologia presso il Centro medico internazionale SH Health Service di San Marino, dove ho raccolto l’eredità professionale del professor Philippe Lagarde, luminare di portata mondiale. Il professore, che lasciava per motivi di età, ma che fortunatamente continua la sua opera come divulgatore e ricercatore, mi ha affidato il suo rivoluzionario metodo chemioterapico nel quale, a differenza di quanto avviene di norma, è il protocollo ad adattarsi al singolo paziente e non viceversa. Venendo al mio libro, direi che si tratta della trasposizione su carta di quanto ho potuto verificare in tutti questi anni di lavoro: e cioè dell’incontestabile e duplice nesso esistente tra cibi giusti e salute, così come tra cibi sbagliati e malattia. Malattia che non è necessariamente soltanto il cancro, ma che comprende un lungo elenco di patologie iniziando da quelle gravissime che sono le cosiddette autoimmuni, spesso invalidanti e sempre in grado di rovinare la qualità della vita. Eppure di queste malattie se ne parla troppo poco.

Nel primo capitolo del suo libro Mangiare bene per sconfiggere il male lei invita chi la legge a non ammalarsi innanzitutto di “luoghi comuni”. Sono così frequenti e pericolosi, visti dal suo osservatorio di prima linea nella guerra contro il cancro? E soprattutto: quali sono questi luoghi comuni? Ce ne può indicare almeno i principali?

Potrei iniziare polemicamente dalla diffusa convinzione che la cena tipo che viene data nel 99,9% degli ospedali possa essere considerata una cena “leggera”. Si tratta invece di una cena che non dovrebbe essere data nemmeno alle persone sane, figuriamoci a quelle malate. Con l’aggravante che sono in tanti, soprattutto gli anziani, che una volta dimessi ritornano a casa e proseguono a cenare in quel modo, convinti che si tratti della cena più corretta. Ripeto: è la peggiore, iniziando dalla pastina in brodo, ovvero carboidrati (che non dovrebbero mai esserci a cena, così come nemmeno il pane!) galleggianti in un “qualcosa” fatto con acqua e dado. L’acqua va bene, mentre il dado è uno dei tanti prodotti che dovremmo lasciare per sempre sugli scaffali dei negozi e dei supermercati: verboten, vietato, non esiste più. Ma ovviamente non è tutto: a fare male è il combinato disposto di tutto quello che di norma segue nella tipica cena ospedaliera. E cioè di norma prosciutto cotto (carne lavorata a dei malati, un’autentica follia!), o in sua sostituzione formaggio (che significa in una volta sola lattosio, caseina, ormoni, fattori di crescita), ovviamente accompagnati da quell’immancabile bomba di amidi e zuccheri chiamata purè di patate e con il tocco finale di una “bella macedonia” di frutta, ovvero zuccheri su zuccheri immersi in un sughetto a sua volta zuccherato. Nella migliore delle ipotesi, il poveretto che mangia quella “roba“ passerà la notte insonne. Un altro luogo comune è la convinzione che i formaggi e gli altri derivati del latte facciano bene alle ossa: non solo non esiste un solo studio scientifico che lo dimostri, ma ne esistono altri (ignorati, taciuti o tenuti ben nascosti) che dimostrano esattamente il contrario. E nel libro li cito e li spiego.

Restando nei luoghi comuni, lei cita per primo quello riguardante una diffusa quanto errata convinzione in merito a che cosa sia in realtà il tumore. Questo perché, afferma, per battere un nemico bisogna prima conoscerlo a fondo. Ci spiega?

Molto volentieri: il tumore non è, come pensano in molti, la malattia di un singolo organo, anche se purtroppo un singolo organo può essere quello colpito: il pancreas o il colon, il seno piuttosto che la prostata. No, nulla di più sbagliato, perché il tumore è una malattia sistemica, dell’intero organismo, che si ammala nella sua interezza e complessità. Questo succede per diverse cause e concause, dalla genetica alla familiarità, dall’inquinamento atmosferico allo stress psicofisico. E ovviamente anche per colpa di troppe sbagliate abitudini alimentari. Poi succede che il tumore vada a colpire sì un organo, ma in quanto è strutturalmente, o anche in quel determinato momento, il più fragile. Gli antichi parlavano di locus minoris resistentiae. Ritengo che sia importante sapere qual è la vera natura del tumore proprio per impostare un nuovo e più corretto stile di vita. Perché per esempio il vizio del fumo non andrà necessariamente a colpire il polmone, come pensa la maggioranza delle persone, ma la mammella in una donna o la vescica in un uomo.

Ancora sui luoghi comuni: come mai le uova sono state accusate nei tempi di far innalzare il colesterolo quando nel piccolo e leggero tuorlo vi è davvero poco colesterolo e quando l’innalzamento del colesterolo ematico è dovuto poco a cause alimentari e molto a cause esterne, si legga stile di vita, inattività, stress, etc.

La mia risposta è facile. Pensiamo a quanto poco costino le uova, in cambio di quello che ci danno, e la verità emerge chiara: dovevano indurci a mangiare altro, nella migliore delle ipotesi privo di qualsiasi importante apporto nutritivo, ma sicuramente più costoso e quindi vantaggioso per chi lo produce. Aggiungerò che un uovo, al prezzo di pochi centesimi, ci regala anche una delle proteine più preziose per il nostro organismo, e cioè l’albumina. Che si trova soltanto nelle uova.

Molti, parlando di medicina genetica, dicono che i tumori non vengono per quello che si mangia, ma per il proprio corredo genetico. Lei è d’accordo o l’alimentazione gioca un ruolo primario per prevenire e/o curare i tumori?

Come ho già detto i tumori vengono “anche” per quanto di sbagliato mangiamo. L’alimentazione, così come la genetica o l’inquinamento atmosferico, può essere di volta in volta causa così come concausa. E aggiungo che oggi la responsabilità del cibo nell’insorgere delle neoplasie pesi per almeno un 40%, se non di più. La quasi totale assenza di tumore al seno nei Paesi orientali dove non esiste consumo di latte vaccino e per converso la fortissima incidenza di quelli al colon e allo stomaco tra gli americani divoratori seriali di carne, e per di più grigliata, non sono semplici coincidenze. Escludere o anche soltanto sottovalutare l’importanza del cibo sulla nostra salute è insomma gravissimo e pericolosissimo. Purtroppo sono in molti, anche tra i medici, a sottovalutare questa fondamentale componente di un corretto stile di vita. Per spiegarmi meglio: se raccomando a un paziente di non fumare – come vorrei che facessero tutti i miei colleghi – non posso però dirgli di continuare a mangiare quasi quotidianamente carne grigliata o certi popolari, malsani e iperpubblicizzati piatti precotti e surgelati con la scusa che sono veloci da mettere in tavola.

Tra i tanti concetti che lei sostiene e ribadisce nel suo libro, uno su tutti ci è sembrato fondamentale: quello che ognuno di noi è diverso da un altro e che diverse sono anche le nostre eventuali malattie. Dal che discende che così come le cure, anche i regimi alimentari dovrebbero essere ad personam, tagliati e cuciti su ognuno di noi come abiti di sartoria. Per questo, insiste, non c’è nulla di più sbagliato e pericoloso che seguire le diete “universali” come quelle suggerite in tv, sui magazine o sul web. E tutto deve partire da una visita medica approfondita, fatta magari come usava una volta. Già… ci spieghi anche questo, è cioè “come usava una volta”.

Certo, noi siamo tutti diversi l’uno dall’altro, proprio come lo sono le nostre impronte digitali e i nostri Dna. Come ho detto presentandomi, io faccio l’oncologa da 23 anni, ma è da soltanto un anno, da quando ho il privilegio di poter utilizzare il metodo chemioterapico “gentile” e soprattutto personalizzato del professor Lagarde, che posso trasferire nella pratica terapeutica questo concetto di base del quale mi ero resa conto da sola nel corso degli anni di lavoro: siamo diversi noi e sono diverse, non dimentichiamolo mai, anche le nostre malattie. Il sistema dei protocolli standard è ovviamente di estrema importanza, in quanto è a disposizione di una vastissima platea di malati, ma giocoforza non può adattarsi a tutti. C’è chi affronta una chemioterapia standard senza gravi conseguenze e chi invece, purtroppo, ne viene devastato. Per questo, passando ai regimi alimentari, anch’essi devono essere sempre diversi l’uno dall’altro dopo una visita accurata e approfondita, come usava una volta. A proposito, mi scusi, lei mi chiedeva che cosa intendo dire con la frase “come usava una volta”. Almeno per me significa una visita che non dura mai meno di un’ora, in cui al paziente chiedo tutto di lui, dei suoi familiari, della sua e della loro storia medica, che cosa mangia abitualmente dalla prima colazione alla cena. Intendo una visita in cui il paziente si deve spogliare perché va fatta la palpazione e l’auscultazione, ma non solo; perché bisogna esaminare le mucose della bocca, il colore e le condizioni della lingua, gli occhi, la pelle. Solo allora gli (o le) chiederò di fare gli esami necessari, compreso quello fondamentale delle urine – che quasi nessuno chiede più – ma il cui ph, e cioè l’indice di acidità, è un fondamentale campanello d’allarme se sotto il valore di 6. In quel caso bisogna correre subito ai ripari. E allora lì scatta la seconda fase, con le terapie del caso, ma anche con le linee guida di un regime alimentare che deve essere ad personam, così come le cure.

David Khayat, suo collega francese e autore de La vera dieta anticancro (Comefare)”, dice che il problema della carne rossa è un falso problema perché non è vero che la carne rossa faccia male sic et simpliciter, ma fa male il metodo di cottura, il sangue della carne (lui consiglia di lavarla per far andare via il sangue prima di cuocerla) e il metodo di cottura (abolire la brace e prediligere carne cotta bollita o a bagno maria). La verità è che la maggior parte delle ricerche sono fatte in America dove la carne è davvero pessima e dove gli animali sono pieni di ormoni (problemi di ormoni o di carne?). Come dice la ricerca: il problema è della carne lavorata (leggasi salumi, insaccati, e carne piena di nitrati e nitriti, etc) e non della carne rossa non lavorata… Insomma, la confusione nei mass media è enorme, come ho parlato già in un altro mio articolo che le sottoposi di visionare: http://oldschooltraining.net/alimentazione-ost-porta-problemi-fisici/. Lei cosa ci dice a proposito?

Premetto che tolta l’eccezione di una o due fettine di salame ogni tanto – ma davvero ogni tanto! – a una persona sana che intende rimanere tale, ai miei pazienti oncologici i salumi li metto totalmente al bando. Se li consentissi non sarei una buona oncologa. Sempre alle persone sane, a patto che non ne facciano un consumo giornaliero o quasi, salvo soltanto le nostre due Dop di prosciutti crudi, il San Daniele e il Parma; e questo perché oltre al sale e agli aromi non prevedono nella lavorazione l’uso di conservanti micidiali come i nitriti e i nitrati, che invece vengono usati regolarmente negli insaccati. Quanto alla carne rossa concordo con il collega francese sul fatto che il metodo di cottura non deve essere la griglia; ma non concordo per nulla con lui sul fatto che quello della carne rossa sia un falso problema dal momento che il carico di ormoni e di fattori di crescita non lo posso ignorare. Per questo a soggetti sani suggerisco una porzione di carne (biologica!!!) ogni 8/dieci giorni, di tanti grammi quanti sono i chili del suo peso corporeo. Pesi 80 chili? La porzione sarà di 80 grammi. Detto questo, il discorso è diverso per i pazienti oncologici: a quelli sottoposti a chemioterapia, proprio per sostenerli in quella fase debilitante, concedo un po’ di carne, ma anche in quel caso sempre con dosi ad personam; a quelli che non sono in trattamento, e soprattutto se ammalati di certi tumori, specialmente dell’apparato digerente, la carne rossa sono invece costretta a toglierla del tutto. Il che non vuole dire che io promuova quella bianca, anzi, dal momento che spesso è più trattata e “pompata” rispetto a quella rossa. Ho visitato, fortunatamente non per problemi oncologici, bambine di nove anni che dovevano fare iniezioni per non mestruare. A nove anni! Interrogate le loro madri, ho immancabilmente scoperto che per evitare la carne rossa erano state tirate su quasi quotidianamente a carni bianche, ovviamente quelle che si trovano al supermercato, per nulla biologiche e iper-trattate.

Si sente dire che il pesce, da tutti osannato, sia molto più inquinato della carne. Siamo destinati ad essere l’unica specie volta all’estinzione per mani proprie? Quali pesci preferire per non sacrificare i sani omega 3?

Mentirei se dicessi che il problema mercurio non esista. Ma è anche vero che mettendo a tavola il nostro pesce azzurro – alici, sardine, sgombri – che è di piccola taglia e che non si nutre di altri pesci, il problema di fatto non esiste. E viene compensato dall’apporto di grassi preziosi, oltre che di vitamine. Io mangio regolarmente pesce almeno cinque giorni alla settimana e se mi rendessi conto che questo fosse un pericolo per la mia salute e per quella dei miei cari di certo non lo farei. Ma di sicuro non metterei mai in tavola, specialmente per dei bambini, inspiegabili icone alimentari come certe note creme fatte unicamente di zucchero, grassi saturi e aromi chimici, spalmate per di più su pessime fette biscottate. Tornando ai pesci è vero, quelli più grossi come tonno e spada possono essere più a rischio rispetto a quelli piccoli, ma vorrei chiedere perché nessuno parla mai delle autentiche “bombe” velenose e tossiche che milioni di noi hanno in bocca sotto forma di otturazioni dentali, specialmente quelle che usavano una volta. O nessuno dice delle gomme da masticare piene di aspartame o di altri dolcificanti che, assimilati immediatamente dalle mucose del cavo orale, vanno dritte dritte a procurarci seri danni al cervello. Rispetto a quelle, una fetta di pescespada ogni tanto è quasi un toccasana.

Veniamo adesso a quelli che lei non esita a definire i nemici – a tavola – della nostra salute. Che sono diversi, anche se quattro di essi sono quelli sui quali insiste maggiormente. E che hanno la caratteristica “cromatica” di essere tutti e quattro di colore bianco. La parsimonia che dobbiamo usare con il sale è forse la sola nota a tutti per i rischi collegati principalmente alla pressione arteriosa. Ma poi ci sono altri alimenti bianchi. Cominciamo dal latte?

Me ne rendo conto perfettamente: dire che il latte vaccino e i suoi derivati possono provocarci gravi danni, specie se consumati quotidianamente, desta nei più incredulità e scalpore. Ma è un fatto: il latte è pieno di fattori di crescita. Diciamo che a un soggetto sano io mi limito a suggerire una grande parsimonia nel consumo di questi prodotti, yogurt incluso, che in più ci acidifica. Anzi, direi forse yogurt per primo proprio per via della sua forte acidità intrinseca e per essere spesso mescolato a frutta, il che significa altri zuccheri oltre al lattosio, o peggio ancora trattato con dolcificanti e addensanti artificiali. Quanto ai formaggi, senz’altro buoni al palato, andiamo a vedere che cosa combina però la caseina, proteina che va a “incollare” i nostri fondamentali villi intestinali. Quindi ripeto: grande misura, nel senso che per esempio il formaggio dev’essere una concessione settimanale, ma non deve mai diventare pietanza quotidiana così come non deve avvenire con gli affettati per via della loro identica comodità: dal frigo alla tavola, senza bisogno di cucinare. Fretta e pigrizia, così come la ripetitività, sono tra le peggiori nemiche della salute. Detto questo per i soggetti sani, è invece certo che a un paziente oncologico, specialmente se affetto da neoplasie di tipo ormonale come quelle al seno, all’ovaio, alla tiroide e alla prostata, io il latte vaccino e i suoi derivati sia costretta a toglierli del tutto. Fermiamoci a ragionare e a considerare quel che avviene in Natura, iniziando magari dalla banale considerazione che nessun animale si alimenta del latte di un altro animale; e questo vorrà già dire o no qualcosa? Ma c’è dell’altro: per Madre Natura, quella che noi figli distratti ci dimentichiamo di avere, il latte è il nutrimento dei vitelli, ovvero di “neonati” che non solo quando vengono al mondo pesano una cinquantina di chili, ma che devono poi crescere fino a dieci volte tanto. E il latte vaccino, proprio per questo, contiene una enorme quantità di fattori di crescita, tali e tanti che non possono essere quelli giusti per gli umani. Aggiungo, tanto per prevenire una ricorrente obiezione che mi fanno spesso: e per le ossa come facciamo, senza latte e derivati? Ecco, questo è uno dei tanti luoghi comuni di cui dicevo prima. Infatti, mentre non esiste nessuno studio scientifico in grado di confortare la “leggenda” in base alla quale latte e derivati sarebbero un toccasana per le ossa, ne esistono diversi, ignorati o tenuti ben nascosti, che dimostrano come la fragilità ossea e le patologie conseguenti sono più frequenti e più gravi proprio nei Paesi dove si fa più largo uso di questi prodotti. Molto meglio il latte di capra e pecora, e i formaggi della filiera ovina, anche se sempre in modo misurato. Oppure via libera al latte di riso, di soia, per non dimenticare il nostro meraviglioso e italianissimo latte di mandorla.

Molti dicono che il sangue non può mai acidificarsi perché il corpo umano corregge l’acido alimentare con meccanismi di compensazione rendendo impossibile l’acidificazione del sangue stesso, che porterebbe alla morte dopo poco. Che ne pensa lei?

Il ph del sangue è ovviamente sempre lo stesso, variabile tra 7,35 e 7,45; questo lo abbiamo studiato all’università. L’omeostasi di questo ph dipende dal funzionamento dei polmoni, dei reni e dai sistemi tampone. Se si altera avviene a causa di patologie gravissime quali per esempio l’acidosi o l’alcalosi che posso avere origine metabolica o respiratoria, ma ce ne sono altre. In tal caso il paziente deve essere ospedalizzato e devono essere applicate determinate terapie per riportare alla normalità il ph. Il nostro organismo ha una tendenza naturale ad acidificarsi perché durante le attività metaboliche produciamo scorie acide che eliminiamo attraverso reni e polmoni; ma quando la funzione di questi organi si riduce o viene alterata da fattori acidificanti, compresa l’alimentazione, con conseguente aumento eccessivo delle scorie acide, queste ultime vengono “travasate” non nel sangue, ma nel tessuto connettivo. E da qui origina l’acidosi cronica dei tessuti, che porta alle malattie infiammatorie e croniche. Acidosi dei tessuti che si misura rilevando il ph delle urine, un esame che sembra essere stato dimenticato e che per me è invece uno di quelli fondamentali e che voglio avere sotto gli occhi tra i primi.

Detto del latte, passiamo alle farine e soprattutto a quella proteina che oggi contengono in percentuali non più naturali, ma modificate: il glutine. Lei dice una cosa che quasi nessuno dice: il glutine non fa male soltanto ai celiaci, ma a tutti noi. Ci spiega perché?

Scusatemi, ma “non” sarò breve. Iniziamo col dire che oggi le farine non sono più quelle di una volta. Quelle dei nostri nonni e genitori erano italiane, naturali, non raffinate, non modificate e soprattutto con la percentuale di glutine esistente in Natura. In una parola, erano farine “sane”. Oggi non più: quelle usate per la produzione industriale di cibi sono tutt’altra cosa: arrivano in buona parte dall’estero, ricavate da spighe modificate geneticamente e bombardate con antiparassitari, sono iper-raffinate e impoverite tanto delle fibre quanto di quelli che dovrebbero essere i loro elementi nutritivi, vengono trattate per poter resistere più a lungo – molto più a lungo – e in grandi quantità nei container delle navi e nei silos di stoccaggio dei produttori. Insomma, sono tutto meno che “sane”. A questo aggiungiamo le percentuali indotte di glutine: di media è il doppio rispetto a quello presente in Natura, ma ci sono casi in cui è stato triplicato. Il motivo:

migliore resa dei prodotti in fase industriale, in quanto viene agevolato il lavoro delle macchine impastatrici, ma anche a casa in cottura (la pasta pubblicizzata in quanto “non attacca e non scuoce mai”). Questo, a lungo andare, soprattutto in Paesi dove si consumano molti prodotti a base di farina, ha fatto esplodere celiachia e intolleranze varie. In proposito va detto che gli esami del sangue per appurare la celiachia non servono quasi a nulla, in quanto la certezza viene soltanto da un esame bioptico al quale ovviamente pochissimi di sottopongono. Con il risultato che molti sono celiaci inconsapevoli e continuano, ignari, a nutrirsi di questi prodotti. Stando di conseguenza male, ma ignorandone il motivo; e arrecandosi nel tempo seri danni alla salute, in particolare al sistema nervoso e cerebrale. Si va da forme di emicrania cronica ad altre ben più gravi e invalidanti. Esperti di questa patologia, come quelli dell’università di Boston, calcolano che a fronte di un 2% di casi conclamati, la percentuale più veritiera di celiaci nel mondo occidentale sia attorno al 40%, ma che includendo anche le varie forme di intolleranza si arriva a un 80% di persone che dovrebbero tenersi lontane dal glutine. Glutine che peraltro, anche se naturale, è una proteina che il nostro organismo non è stato programmato ad assimilare. Glutine che principalmente, anche nelle persone sane, “asfalta” il nostro sistema immunitario che, per chi non lo sapesse, si trova all’80% nel nostro secondo cervello, ovvero nell’intestino. Questo strato di “mastice” appiccicoso – il glutine – rende di fatto il nostro sistema immunitario cieco e sordo, privandoci così della sua fondamentale difesa dai nemici che ci possono aggredire. Considerato che tutti noi, anche persone sane, abbiamo naturalmente in circolo cellule tumorali – che per di più hanno la pessima abitudine di riprodursi circa ogni 15 giorni – è evidente come il poter contare su un sistema immunitario sempre vigile sia fondamentale. Dal che è facile anche comprendere perché ai miei pazienti oncologici io i prodotti a base di glutine li elimini del tutto. Facendo però una fondamentale precisazione: a nessuno di loro consiglio di acquistare i costosissimi prodotti per celiaci venduti in farmacia e rimborsati dal sistema sanitario, ma li oriento su grani e farine “naturalmente” senza glutine, ben più economiche, come il nostro grano saraceno o la straordinaria quinoa (un vegetale, nemmeno un cereale) che ormai si trovano facilmente anche nella grande distribuzione.

E infine, restando tra i nemici bianchi, lo zucchero. Anzi, gli zuccheri?

Iniziamo col dire che anche il gusto per le cose dolci è relativamente recente e che ci è stato indotto. Non è insomma naturale, crea dipendenza e quel che è peggio non è sano. Certo, una piccola dose di zucchero ci dà energia e deve fare parte del nostro fabbisogno giornaliero, ma quella contenuta in un frutto è più che sufficiente. Tutti gli altri zuccheri, o peggio ancora quelle cose pestilenziali che sono i dolcificanti artificiali, come l’aspartame, sono da bandire. Consideriamo che una lattina di bibita gassata – non faccio nomi – contiene il 40% del nostro fabbisogno giornaliero di zucchero. Sommate a questo quello che assumete consciamente o inconsciamente iniziando al mattino fino a dopo cena: ho visto in vendita marmellate con il 70% di zucchero, ma potrei ricordare anche certe note creme spalmabili alla nocciola dove il solo zucchero (c’è scritto in etichetta) è il 57%, per non dire di altri componenti. E poi aggiungiamo lo zucchero – anzi gli zuccheri – contenuti ovunque: dai corn flakes alle brioche, dal pan carré confezionato ai biscotti, dalle micidiali merendine più o meno farcite al tè freddo pronto. Senza dimenticare il lattosio, che anch’esso è uno zucchero. Zucchero che insieme ai fattori di crescita, ricordiamocelo sempre, è il nutrimento preferito dalle cellule cancerogene: venti volte quello che consumano le cellule sane.

Il cancro o tumore, lo ha giustamente ricordato, si nutre di zucchero. Ha senso una dieta chetogenica (con zero o pochissimi carboidrati) in malati di cancro?

Direi proprio di no. Sia perché la dieta chetogenica include anche cibi come formaggi e carne che, come ho spiegato prima, fanno a cazzotti con le condizioni di un malato neoplastico; sia perché un malato di tumore deve già combattere contro un nemico terribile e questa “guerra” comporta sempre, già di suo, una perdita di peso. Con una dieta simile il povero malato oncologico finirebbe per consumare se stesso.

Curcuma, succo di melograno, sono davvero dei buoni protettori dal cancro?

La curcumina è uno degli integratori più usati nella nuova frontiera dell’oncologia, che è appunto quella cosiddetta integrata in quanto prevede l’utilizzo di altri prodotti oltre ai tradizionali chemioterapici. Lo faccio anch’io così come tutti i miei colleghi dell’Artoi. Ma vorrei ricordarlo, a chi magari sorridesse, che gli integratori naturali vengono usati anche al Memorial Sloan Kettering di New York, che è il centro di riferimento a livello mondiale nella guerra contro il cancro. Per essere più chiara: così come è indubitabile che non ci si può permettere di mandare in pensione i chemioterapici, è altrettanto vero che TUTTE le altre armi, disponibili e sperimentate, possono e devono essere usate. Detto questo, nei regimi alimentari che do ai miei pazienti raccomando sempre il consumo di almeno un cucchiaino di curcuma a testa al giorno, che si può sciogliere in una zuppa o anche nell’acqua di cottura del riso o nelle uova strapazzate (senza burro!!!). Questa spezia è un potentissimo anti-infiammatorio e anticancerogeno naturale. E aggiungerò che il suo effetto benefico viene potenziato dall’aggiunta di un po’ di pepe. Quanto al succo di melograno è fuori di dubbio uno dei più efficaci antiossidanti naturali.

E delle fibre? Bastano da sole per prevenire il cancro al colon?

Le fibre, in primo luogo quelle delle verdure, e su tutte quelle delle crucifere, sono senza dubbio un grande aiuto in termini di prevenzione in generale; sia perché riducono l’assunzione degli zuccheri, sia in quanto ci alcalinizzano impedendo al nostro organismo di acidificarsi e di aprire così la strada agli stati infiammatori. I quali, a loro volta, possono tramutarsi in neoplasie. Ma da sole, purtroppo, le fibre non bastano se nella dieta quotidiana ci saranno elevati consumi di carne (specialmente quella lavorata), di salumi e di cibi eccessivamente grassi.

Oggi sta nascendo la moda del digiuno. Mentre è vero che mangiare di meno può allungare la vita perché porta a minor produzione di scorie e minor ingerimento di sostanze nocive, quanto digiunare può davvero rendere la vita migliore? Meglio vivere 80 anni mangiando o 90 digiunando? La vita è fatta anche di piaceri della tavola e, come disse una volta Jack London: “Preferirei essere cenere piuttosto che polvere. Preferirei che le mie ceneri luccicassero al sole anziché essere soffocate da un secco marciume. Preferirei essere una splendida meteora, con tutti i miei atomi che emettono un’aura luminosa, anziché un pianeta sonnacchioso e permanente. La vera funzione dell’uomo è vivere, non esistere. Non sprecherò i miei giorni tentando di prolungarli. Userò pienamente il mio tempo”. Che ne pensa lei? Parafrasando un vecchio proverbio, Meglio 100 giorni da pecora o 80 da tigrotto?

Per restare al proverbio, risponderò con il medesimo tono scherzoso. Dicendo che non mi sembra importante essere pecora o tigrotto, perché quello che conta è essere una pecora o un tigrotto in buona salute. Quanto a Jack London, è stato un grandissimo scrittore, ma di certo non sapeva nulla di medicina e ancor meno di oncologia. In fondo la sua frase ricorda molto quella che sento dire da molti, convinti che sia una battuta: “Non si può vivere da malati per morire sani”. Dal mio punto di vista di oncologa questa non è una battuta, ma un’idiozia. E pur se involontariamente, è anche una crudele idiozia. Vorrei che chi è abituato a ripeterla passasse anche soltanto qualche ora in un reparto di oncologia, come faccio io tutti i giorni da 23 anni, e vedesse con i suoi occhi in che condizioni di sofferenza può morire una persona, anche se sotto trattamento di morfina. Chi fa quella battuta se ne pentirebbe e non riuscirebbe più nemmeno a pensarla. La morte fa infatti parte della vita e non si capisce perché dovremmo affrontarla soffrendo. Quanto alla sua domanda relativa alla “moda del digiuno”, il problema non sta a mio avviso nella parola “digiuno” ma nell’altra, e cioè “moda”. Dobbiamo metterci in testa che tutte le cose riguardanti la nostra salute, inclusa quindi l’alimentazione, non possono e non devono mai seguire delle mode. Quelle lasciamole agli stilisti. Sia perché la salute è un valore troppo importante per essere ridotto a qualcosa che segue dei trend passeggeri, sia perché non ci potrà mai essere una cura, uno stile di vita né tantomeno una forma di alimentazione valida per tutti. Premesso questo, io sostituirei il termine “digiuno” con il concetto di “morigeratezza”: e cioè mangiare in modo variato e poco; pochissimo a cena, nella quale non devono comunque mai esserci carboidrati, nemmeno la frutta, ma unicamente proteine e verdure. Questo non toglie che un giorno alla settimana di relativo digiuno, con tanta acqua e un po’ di vegetali, possa offrire all’organismo un benefico “fermo” disintossicante. Ma non lo posso dire io, in un’intervista, come soluzione appunto “modaiola” e quindi valida per tutti, senza sapere nulla del singolo paziente che mi sta leggendo. Il mio consiglio è quello di farsi consigliare sempre dal proprio medico, mai da Internet.

Questo è un blog seguito soprattutto da sportivi praticanti o quantomeno da persone che dedicano molta attenzione alla forma fisica. Dalla sua esperienza, questa è una categoria che commette spesso – pur se in buona fede – degli errori? Se sì, quali sono i principali?

Mi sembra ovvio che io metta al bando tutti i prodotti artificiali, come gli estrogeni o altro, venduti per potenziare la muscolatura: l’esercizio fisico sì, ben venga, ma la Natura non può essere violentata, perché deve seguire le sue leggi. Di errori commessi dagli sportivi ne ho visti e ne vedo, soprattutto sul fronte dell’alimentazione. Mi riferisco per esempio agli eccessi nel consumo di carboidrati e di zuccheri in particolare, includendo tra gli zuccheri anche quelli della frutta. O ricordo il recente caso di un giovane atleta che non aveva mai assunto farmaci potenzianti, e anzi ne aveva il sacro terrore, ma che stava registrando un aumento preoccupante delle ghiandole mammarie; insomma, uno sviluppo del seno. Interrogandolo, ho scoperto la causa di quell’anomalia: per evitare il consumo di carne rossa, in merito alla quale aveva letto i rischi connessi, era diventato un grande consumatore abituale di carni bianche, pollo e tacchino. Carni che trovava come tutti al supermercato sotto casa: carni che tuttavia erano e sono spesso cariche di ormoni aggiunti. Un altro pericolo che ho constatato è dato dal consumo dei cosiddetti energy drink, divenuti di gran moda – oltre che un business miliardario – grazie alle sponsorizzazioni di eventi sportivi. Parliamoci chiaro: quelle bibite non sono soltanto micidiali bombe di zuccheri e di sostanze acidificanti, ma ancora peggio sono pericolosi concentrati di caffeina, anche l’equivalente di tre caffè per ogni lattina. E allora fermatevi a pensare, per capire, a quanti casi irrisolti di morti premature di giovanissimi dopo un’attività sportiva ci raccontano da qualche anno le cronache. Il fatto è che nessun genitore, anche il più coscienzioso, pensa che il proprio figlio adolescente possa avere un difetto cardiaco. E non lo sottopone agli approfonditi esami cardiologici preventivi del caso. Ma se il ragazzo, senza nemmeno sapere quello che sta bevendo, ingurgita due o tre di quelle lattine, è sufficiente un’extrasistole da sforzo, su un campo di calcetto o in palestra, ma anche in discoteca, per creare un problema serio, serissimo. A volte, purtroppo, anche letale.

In ultimo, proteine e costruzione di massa muscolare; sì, no, quante proteine per kg di peso corporeo per aumentare la massa muscolare con l’aiuto dell’esercizio fisico?

Sarò sincera: io penso di essere una brava diagnosta in senso lato, e di essere ancora di più una preparata ed esperta oncologa. E sull’alimentazione come arma di prevenzione e a volte anche di cura dei tumori o di altre malattie gravissime come quelle autoimmuni penso di sapere molto, se non tutto. Ma proprio per questo, per serietà professionale, mi astengo dall’esprimermi in una materia specifica, qual è l’alimentazione degli atleti in riferimento allo sviluppo della massa muscolare. “Ofelè fa el to mestè”, raccomanda un vecchio adagio milanese; ovvero “pasticcere fa’ il tuo mestiere”. In altre parole: a questa domanda non saprei rispondere con scienza e conoscenza, come sono abituata a fare nel mio settore, e quindi mi scuserete ma trovo più serio non rispondere. Ci sono fior di colleghi specializzati in questo. Io devo badare a salvaguardare la forma fisica di persone malate che purtroppo a volte fanno fatica perfino a camminare, devo sostenerli in un determinato modo quando fanno chemioterapia e in un altro ancora quando passano alla fase successiva, quella della cosiddetta rivalutazione. Ma come comprenderete, questa è tutta un’altra storia. Purtroppo.

Con l’uso di questi consigli alimentari quali sono stati i risultati dei suoi pazienti sia in termini di prevenzione che di cura?

La risposta a questa domanda richiederebbe un libro, e non a caso l’ho scritto. Posso però citare, in quanto significativi, una serie di casi di diversi pazienti giovani, capitatimi in rapida successione pochi anni fa, quando ancora lavoravo in un ospedale milanese. Si trattava di tumori a diversi organi, dal polmone al colon, dal seno alla prostata. Tutti erano stati sottoposti alle rispettive chemioterapie e tutti erano andati perfettamente in risposta. Ma nel follow up, nell’arco di un mese, un mese e mezzo, erano ritornati tutti da me con i marcatori tumorali in preoccupante salita. Loro erano ovviamente spaventati, io ero furiosa. Prima però di sottoporli di nuovo a chemioterapia, ho voluto tentare la carta del regime alimentare: ovviamente individuale, diverso da paziente a paziente, tagliato su misura per lui, e giocoforza “talebano” nell’osservanza. Bene: nell’arco di un mese sono ritornati da me, sorridenti, con i marcatori che avevano ripreso a discendere velocemente. Il tutto, ripeto, senza farmaci, solo con i cibi giusti ed eliminando quelli sbagliati. Non solo: chi di loro prendeva da tempo anche farmaci ipotensivi o per patologie tiroidee, li aveva ridotti o addirittura smessi dal momento che anche quei valori, grazie al regime alimentare, erano tornati alla normalità. E così rispondo anche a chi mi chiede quali siano i risultati in termini di prevenzione. Perché dico: se un cambiamento deciso, ma mirato, nell’alimentazione, ha dato simili risultati su malati oncologici, vogliamo aprire gli occhi e domandarci che impatto positivo può avere il cibo su soggetti vivaddio sani?

Se i miei lettori volessero mettersi  in contatto con lei come potrebbero fare?

La cosa migliore è scrivere a mardifa@yahoo.it oppure lasciare un messaggio alla segreteria del centro SH di San Marino 0549 909299 oppure sito web http://www.sh.sm/ Maria Rosa visita comunque anche a Milano. A San Marino visita e applica le cure chiemioterapiche seguendo il metodo Lagarde.

Grazie mille per questa bella chiacchierata!

Grazie a voi. E buona vita a tutti!

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